Reverse charge e identificazione IVA dei soggetti

I Giudici comunitari recentemente hanno esaminato la legittimità delle condizioni (formali / sostanziali) richieste da uno Stato UE per l’applicazione dell’inversione contabile.
Secondo i Giudici comunitari il requisito dell’identificazione IVA del cedente previsto dalla normativa dello Stato UE assume carattere sostanziale ai fini dell’applicazione del meccanismo in esame.
Le limitazioni disposte dal singolo Stato UE sono legittime se risultano rispettati i principi comunitari di neutralità fiscale / parità di trattamento.
È quindi compatibile con la Direttiva UE l’esclusione dall’applicazione dell’inversione contabile di un soggetto che non risulta identificato ai fini IVA al momento di effettuazione delle operazioni imponibili.

La mancata identificazioneIVA del fornitore preclude l’applicazione dell’inversione contabile nelle cessioni interne, in quanto la sua applicazione è subordinata alla condizione che tanto il fornitore quanto l’acquirente siano previamente identificati ai fini IVA.

Questo il principio espresso dalla Corte di Giustizia UE, nella sentenza 30.6.2022, relativa alla causa C-146/21 avente ad oggetto la Legislazione rumena.

Secondo i Giudici comunitari tale normativa, nel subordinare l’applicazione del reverse charge alla condizione indefettibile che entrambi i soggetti interessati siano identificati ai fini IVA, prima del compimento delle operazioni, è coerente ed in linea con la Direttiva n. 2006/112/CE.

IL FATTO OGGETTO DELLA CAUSA C-146/21

Una società rumena proprietaria di terreni boschivi applicava il regime delle piccole imprese previsto dalla Legislazione rumena, beneficiando dell’esonero del numero di identificazione IVA, con il conseguente esonero dagli obblighi IVA.

A seguito di una verifica fiscale effettuata tra il 5.12.2017 e il 2.2.2018, l’Amministrazione tributaria rumena constatava, però, che il fatturato realizzato dalla società nel 2011 (in particolare dal mese di settembre) aveva superato la soglia fissata dal “regime speciale di esenzione” e ciò, secondo la Legislazione rumena, avrebbe comportato l’obbligo di registrazione ai fini IVA entro 10 giorni dalla fine del mese.

La società tuttavia, non si era identificata nel corso di tale periodo e quindi gli ispettori fiscali riformavano, con effetto retroattivo dall’1.10.2011 al 30.9.2017, il calcolo dell’IVA dovuta applicando il metodo del calcolo inverso, consistente nel ritenere il prezzo di vendita comprensivo anche dell’imposta. Alla società è stato quindi notificato un accertamento riferito all’omessa IVA per un importo di circa € 41.300, oltre interessi e sanzioni.

La società presentava reclamo, sostenendo che le vendite di legname in piedi fossero soggette all’inversione contabile, la cui applicazione sarebbe stata subordinata solo al fatto che i due operatori interessati fossero soggetti passivi, ma non necessitava di un numero di identificazione IVA in capo al fornitore.

Il reclamo veniva respinto e la società presentava ricorso al Tribunale superiore che accoglieva il ricorso diretto all’annullamento dell’accertamento.

Tale decisione veniva impugnata dinnanzi alla Corte di Appello da parte della Direzione generale regionale della finanza pubblica.

Dopo aver rilevato che, se la società fosse stata identificata ai fini IVA nel 2011 la stessa avrebbe applicato l’inversione contabile prevista dalla Legislazione rumena e pertanto non sarebbe stata debitrice dell’IVA in quanto a carico degli acquirenti soggetti passivi, la Corte di Appello osservava che, in base alla sentenza della Corte di Giustizia UE 7.3.2018, causa C-159/17, l’identificazione ai fini IVA costituisce solo un requisito formale del diritto alla detrazione. Negare alla società di applicare il meccanismo dell’inversione contabile avrebbe avuto come conseguenza che i soggetti passivi che avevano acquistato da essa il legname in piedi non avrebbero potuto detrarre l’IVA, in quanto detta imposta non sarebbe stata correttamente fatturata al momento del fatto generatore.

La Corte di Appello ha così deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte di Giustizia UE la seguente questione pregiudiziale:

” Se la direttiva [IVA] e il principio di neutralità ostino, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, ad una normativa nazionale o ad una prassi tributaria secondo cui non sarebbe applicabile ad un soggetto sottoposto ad accertamento e registrato ai fini dell’IVA successivamente a tale controllo il meccanismo di inversione contabile (misure di semplificazione) – previsto in modo inderogabile per la vendita di legname in piedi -, per il motivo che il soggetto sottoposto al controllo non aveva chiesto e non aveva ottenuto, prima di effettuare operazioni o alla data di superamento della soglia massima, la registrazione ai fini dell’IVA “.

LA SENTENZA 30.6.2022 C-146/21

I Giudici comunitari hanno innanzitutto rammentato che:

  • il meccanismo dell’inversione contabile costituisce un’eccezione al principio generale di cui all’art. 193, Direttiva n. 2006/112/CE, secondo il quale l’imposta è dovuta dal soggetto passivo che effettua una cessione di beni / prestazione di servizi imponibile, e che lo stesso deve, pertanto, essere interpretato restrittivamente;
  • dall’applicazione del meccanismo in esame non emerge alcun versamento di IVA tra il fornitore e l’acquirente nonché all’Amministrazione finanziaria, considerato che l’acquirente, pur essendo a debito dell’IVA, può, in linea di principio, detrarre l’imposta.

Come rilevato nella sentenza in commento, l’applicazione dell’inversione contabile alle cessioni di prodotti del legno prevista dalla normativa rumena è subordinata alla condizione che i soggetti passivi interessati siano identificati ai fini IVA prima della realizzazione delle operazioni imponibili.

Tale previsione è stata motivata dal Governo rumeno nell’intenzione di contrastare l’evasione riscontrata nel predetto settore.

Secondo i Giudici comunitari, poiché il particolare meccanismo costituisce un’eccezione, la limitazione prevista dalla normativa rumena (assoggettare detto regime alla condizione che i soggetti passivi siano previamente registrati ai fini IVA), ha appunto l’effetto di circoscrivere la portata di tale eccezione.

La Corte di Giustizia UE precisa inoltre che, se è vero che non si può impedire ad un soggetto passivo di esercitare il diritto alla detrazione con la motivazione che lo stesso non si sarebbe registrato ai fini IVA prima di utilizzare i beni acquisiti, è anche vero che su tale diritto non incide il diniego opposto al prestatore di assoggettare la cessione al meccanismo dell’inversione contabile.

Il diniego di applicazione dell’inversione contabile non pregiudica, in sostanza, il diritto alla detrazione dell’IVA da parte del beneficiario dell’operazione e, pertanto, non pregiudica il principio di neutralità fiscale.

Secondo i Giudici comunitari, la normativa rumena non viola nemmeno il principio della parità di trattamento in quanto la stessa obbliga indistintamente tutti i soggetti passivi, siano essi venditori o acquirenti, coinvolti in una cessione di prodotti del legno ad identificarsi ai fini IVA.

Gli stessi Giudici concludono quindi dichiarando che una normativa nazionale può legittimamente impedire l’applicazione dell’inversione contabile ad un soggetto passivo che non aveva né chiesto né ottenuto dall’Ufficio l’identificazione ai fini IVA, prima della realizzazione delle operazioni imponibili.

LA DISCIPLINA NAZIONALE

La sentenza non ha conseguenze per la Legislazione italiana. Infatti, la normativa nazionale si differenzia da quella vigente in Romania in quanto:

  • il regime speciale delle piccole imprese recepito nel c.d. “regime forfetario” di cui all’art. 1, comma 54, Legge n. 190/2014, presuppone sempre e comunque l’apertura della partita IVA;
  • per quanto riguarda il rapporto tra il “regime forfetario” e il reverse charge, con la Circolare 27.3.2015, n. 14/E l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che tale meccanismo non si applica alle cessioni di beni / prestazioni di servizi effettuate da soggetti che applicano il regime forfetario. Qualora, invece, tali soggetti acquistino beni o servizi in regime di reverse charge, sono tenuti ad assolvere l’imposta secondo tale meccanismo ma non possono esercitare il diritto alla detrazione, dovendo solo effettuare il versamento dell’imposta a debito.

La normativa nazionale è in linea con la sentenza in commento perché il reverse charge interno, regolato dall’art. 17, commi 5, 6 e 7, DPR n. 633/72, è applicabile a determinate operazioni effettuate tra soggetti passivi IVA, residenti o stabiliti in Italia. Ciò presuppone la necessità che entrambi gli operatori coinvolti siano in possesso ed abbiano già richiesto un numero di partita IVA.

Documenti correlati

Normativa: Decreto del Presidente della Repubblica 26/10/1972 n.633 art.17

Fonte Seac spa