Il piano di rientro dal disavanzo di amministrazione

Il disavanzo di amministrazione accertato in sede di rendiconto deve essere immediatamente applicato all’esercizio in corso. Può anche essere ripianato negli esercizi successivi alla prima annualità del bilancio, in ogni caso non oltre la durata della consiliatura, contestualmente all’adozione di una delibera consiliare avente ad oggetto il piano di rientro dal disavanzo, nel quale siano individuati i provvedimenti necessari a ripristinare il pareggio.
In questo articolo, ci soffermeremo in particolare sul contenuto e le modalità di redazione del piano che deve esser sottoposto al revisore per l’acquisizione del prescritto parere.

di Paolo Longoni, Rosario Poliso e Pietro Paolo Mauro – Sistema Enti Locali S.r.l.s.

Gli enti in disavanzo

Sono in disavanzo di amministrazione gli enti che registrano un risultato di amministrazione di importo insufficiente a comprendere le relative quote vincolate, destinate ed accantonate. Il disavanzo di amministrazione da ripianare è pari all’importo negativo della lettera E del prospetto illustrativo del risultato di amministrazione.

Fattispecie di disavanzo

Parlare di “disavanzo” potrebbe indurre il lettore meno esperto a ritenere che esista una sola tipologia di disavanzo. Nulla di più errato. Il legislatore, al fine di venire incontro alle difficoltà finanziarie in cui versano gli enti locali, ha disciplinato ben otto diverse fattispecie di disavanzo, con modalità e tempi di recupero diversi:

Si elencano le diverse tipologie di disavanzo, singolarmente derivanti:

  • da riaccertamento straordinario dei residui in sede di avvio della “contabilità armonizzata” (in max 30 anni);
  • dal passaggio del calcolo del Fondo crediti dubbia esigibilità con il metodo semplificato al metodo ordinario (in 15 anni a partire dal 2021);
  • dalla contabilizzazione del Fondo Anticipazione di liquidità a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 4/2020;
  • dal mancato trasferimento di somme dovute da altri livelli di governo, a seguito di sentenze della Corte Costituzionale e di sentenze esecutive di altre giurisdizioni, come dall’art. 1, comma 876, della Legge n. 160/2019 (in tre anni);
  • da disavanzo tecnico (art. 3, comma 13, D.Lgs. n. 118/2011);
  • dallo stralcio delle cartelle esattoriali fino a € 1.000 (art. 11-bis, comma 6, del D.L. n. 135/2018; in 5 anni);
  • dal disavanzo ordinario di amministrazione art. 188 del D.Lgs. n. 267/2000 (max 3 anni ma non oltre la durata della consiliatura);
  • da piano di riequilibrio finanziario pluriennale, ex art. 243bis T.U.E.L. (da 4 a 20 anni).

Nella nota illustrativa e nella relazione sulla gestione è descritta la composizione del disavanzo tra tali componenti e la composizione delle relative quote di ripiano da applicare agli esercizi considerati nel bilancio di previsione.

Il ripiano del disavanzo di amministrazione

L’art. 188 del D.Lgs. n. 267/2000 prevede che il disavanzo di amministrazione accertato a seguito dell’approvazione del rendiconto è applicato immediatamente al bilancio, iscrivendone l’intero importo sul primo esercizio del documento contabile, ossia sull’esercizio in corso di gestione, prima di tutte le spesecome disavanzo da recuperare. Se l’ente non è nella condizione di coprire il disavanzo interamente sulla prima annualità del bilancio, può utilizzare gli ulteriori esercizi, successivi al primo, contemplati nel bilancio di previsione, in ogni caso non oltre la durata della consiliatura.

Non di rado è emerso che l’ente locale non riesca ad assorbire il disavanzo entro la fine della consiliatura, in due anni o anche in anno. E che cosa succede se l’ente imposta il piano di assorbimento del disavanzo in tre anni e la consiliatura finisce prima per dimissioni della maggioranza dei consiglieri o per altri motivi? La Corte dei conti Sezioni Autonomia con la deliberazione 30/2016 ebbe modo di enunciare il seguente principio di diritto: l‘obbligo di provvedere a ripianare il disavanzo di amministrazione di cui all’art. 188 del TUEL, nei termini e secondo le modalità ivi disciplinate, rileva a prescindere dall’organo titolare dei poteri da esercitare per il raggiungimento di tale scopo.

La circostanza, quindi, che gli esercizi successivi superino la consiliatura in corso e coincidano con il periodo di mandato elettivo di una nuova amministrazione non costituisce impedimento giuridico-contabile all’adozione del ripiano pluriennale che deve essere obbligatoriamente adottato.

Il ripiano di rientro

Ai fini del rientro possono essere utilizzate le economie di spesa e tutte le entrate, ad eccezione di quelle provenienti dall’assunzione di prestiti e di quelle con specifico vincolo di destinazione, nonché i proventi derivanti da alienazione di beni patrimoniali disponibili e da altre entrate in c/capitale con riferimento a squilibri di parte capitale. L’ente può anche modificare le tariffe e le aliquote relative ai tributi di propria competenza.

La deliberazione che approva il piano di rientro contiene:

  • l’importo del disavanzo complessivo e l’importo del disavanzo oggetto del piano di rientro. Se approvato con riferimento ad un disavanzo di amministrazione presunto, il piano di rientro è aggiornato in occasione dell’approvazione del rendiconto;
  • l’analisi delle cause che hanno determinato il disavanzo di amministrazione;
  • la durata del piano di rientro e l’importo della quota annuale del ripiano, individuati nel rispetto di quanto previsto dalle norme di legge che autorizzano il ripiano pluriennale. Le quote annuali del ripiano sono applicate al bilancio di previsione iscrivendole, prima delle spese, in ciascuno degli esercizi del bilancio;
  • l’individuazione puntuale, distintamente per ciascun esercizio, delle entrate e delle economie di spesa destinate al ripiano del disavanzo;
  • l’impegno formale di evitare la formazione di ogni ulteriore potenziale disavanzo.

Non esiste un “modello” operativo standard per la formulazione del piano; l’importante è rispettare il contenuto minimo previsto dal citato articolo 188.

Si ritiene che la struttura del piano più aderente al dettato normativo sia quella articolata in due sezioni: la prima tesa ad individuare le cause del deficit finanziario; la seconda dedicata alle misure di risanamento per il graduale recupero del disavanzo.

Le misure minime e strutturali atte ad evitare ogni ulteriore potenziale disavanzo in genere contemplano:

  • riduzione/eliminazione dei debiti fuori bilancio derivanti dall’acquisizione di beni e servizi mediante il rispetto degli obblighi di cui ai commi 1, 2 e 3 dell’articolo 191 del D.Lgs. n. 267/2000;
  • riduzione/eliminazione dei debiti fuori bilancio derivanti da sentenze esecutive mediante un costante monitoraggio del contenzioso e/o l’incremento del Fondo rischi spese legali;
  • Rinegoziazione dei mutui contratti;
  • Rimodulazione dei contratti per servizi in vigore in relazione alla sostenibilità delle risorse finanziarie;
  • Maggiore incisività nel contrasto all’evasione;
  • Ricognizione della spesa.

Altro aspetto non marginale è l’individuazione puntuale delle entrate e delle economie di spesa destinate al disavanzo, poiché costituisce il presupposto per la corretta applicazione delle disposizioni contenute dell’art. 111, comma 4-bis, del D.L. n. 18/2020, come convertito con la Legge 24 aprile 2020, n. 27. La norma fa riferimento al miglioramento del risultato di amministrazione dell’esercizio in misura superiore al disavanzo applicato sul bilancio; in altri termini, l’ente doveva ripianare un disavanzo ordinario di 1.000 (applicato al bilancio), ma a consuntivo il risultato di amministrazione evidenzia un miglioramento di 1500 (si è recuperato oltre la quota applicata di disavanzo).

Secondo Arconet (Faq n. 40) il recupero del maggior disavanzo è solo quello che può essere riferito ai maggiori accertamenti o ai minori impegni previsti per l’attuazione di un Piano di rientro effettivamente approvatocon individuazione delle attività da adottare annualmente e previsione dei relativi maggiori accertamenti e/o dei minori impegniSolo nel caso di approvazione di un Piano di rientro dettagliato si garantirebbe la possibilità di verifica dell’anticipato effettivo recupero del disavanzo previsto e la sua determinazione.

Il parere del revisore

Il revisore è tenuto ad esprimere il proprio parere sulla proposta di deliberazione di Consiglio comunale inerente all’approvazione del provvedimento di ripiano del disavanzo di amministrazione derivante dal rendiconto dell’ultimo esercizio.

L’organo di revisione deve esprimere un giudizio:

  • sulle misure di risanamento individuate dall’ente;
  • sulla sostenibilità economico-finanziaria del piano;
  • sulla corretta quantificazione delle risorse già disponibili destinate alla copertura del disavanzo;
  • sull’attendibilità l’attendibilità delle risorse da realizzare per fronteggiare il disavanzo: il trend storico conforta tale giudizio;
  • sulla congruità della spesa;

Con periodicità almeno semestrale il sindaco o il presidente trasmette al Consiglio una relazione riguardante lo stato di attuazione del piano di rientro, con il parere del collegio dei revisori. L’eventuale ulteriore disavanzo formatosi nel corso del periodo considerato nel piano di rientro deve essere coperto non oltre la scadenza del piano di rientro in corso.

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Fonte Seac spa