Fusione, scissione, conferimento e affitto d’azienda: Sorte della riserva di rivalutazione

di Giuseppe Mercurio, Lelio Cacciapaglia

Le leggi di rivalutazione consentono, a fronte del pagamento di un’imposta sostitutiva delle imposte dirette e dell’Irap:  

  • di rivalutare il valore contabile dei beni (nel limite del “valore economico”);
  • di ottenere il riconoscimento fiscale dei maggiori valori così attribuiti in bilancio ai beni d’impresa e alle partecipazioni.

La differenza tra i nuovi valori frutto della rivalutazione e il precedente valore contabile (il saldo attivo di rivalutazione) deve essere accantonato in una speciale riserva (riserva di rivalutazione) con indicazione della norma di riferimento, oppure imputato a capitale. La riserva da rivalutazione, che costituisce una riserva in sospensione d’imposta, può essere affrancata con il pagamento di una imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e Irap. In questo caso laddove distribuita non concorre a formare il reddito delle società ma solo dei soci (dividendo).

Il periodo di sorveglianza

Le leggi di rivalutazione, al fine di evitare l’utilizzo elusivo della rivalutazione, prevedono un “periodo di sorveglianza”; ossia, nel caso di: 

  • cessione a titolo oneroso;
  • assegnazione ai soci;
  • destinazione a finalità estranee all’esercizio dell’impresa;
  • destinazione al consumo personale o familiare dell’imprenditore

dei beni rivalutati in data anteriore a quella di inizio del quarto esercizio (almeno così prevedono le ultime leggi di rivalutazione) successivo a quello nel cui bilancio la rivalutazione è stata eseguita, ai fini della determinazione delle plusvalenze o minusvalenze si ha riguardo al costo del bene prima della rivalutazione.

Ciò significa che in caso di realizzo entro il periodo di sorveglianza, gli effetti fiscali della rivalutazione vengono meno e, pertanto, al soggetto che ha rivalutato è attribuito un credito di imposta pari all’ammontare dell’imposta sostitutiva pagata.

L’ultima legge di rivalutazione “generale”

L’articolo 110 del D.L. n. 104 del 2020, ha riproposto, ancora una volta, la rivalutazione dei beni d’impresa e delle partecipazioni “generale”, ossia per le imprese di tutti i settori.
Prima della rivalutazione proposta con il D.L. n. 104, l’ultima rivalutazione “generale” è stata quella prevista dall’articolo 1, commi da 696 a 704, della legge 160 del 2019, la quale riprendeva pedissequamente i contenuti delle leggi rivalutazione precedenti.
L’art. 12-ter del decreto legge n. 23 del 2020 ha disposto che la rivalutazione dei beni d’impresa e delle partecipazioni di cui all’articolo 1, commi da 696 a 704, della legge n. 160/2019, potesse essere ancora effettuata anche nel bilancio o rendiconto dell’esercizio successivo a quello in corso al 31/12/19 (2020), al 31/12/20 (2021) o al 31/12/21 (2022).
Pertanto, al momento, tale disposizione, dopo l’ingolfamento delle diverse tipologie di rivalutazioni degli ultimi due anni, rappresenta l’unica possibilità di fruire della rivalutazione per l’esercizio 2022 (benché le condizioni non siano convenienti come quelle previste dall’articolo 110 del D.L. n. 104 del 2020 che ha richiesto una imposta sostitutiva del solo 3%).

Con il citato articolo 110, il maggior valore attribuito ai beni in contabilità per effetto della rivalutazione ha potuto essere riconosciuto anche ai fini fiscali già dall’esercizio successivo a quello con riferimento al quale la rivalutazione è stata eseguita (cioè dal 2021); le precedenti leggi di rivalutazione prevedevano, invece, il riconoscimento dei maggiori valori solo dal terzo periodo d’imposta successivo.

Le leggi di rivalutazioni “settoriali”

Il decreto legge n. 23/2020 e il decreto-legge n. 34/2020, nell’ambito delle numerose agevolazioni della crisi causata dal Covid, hanno previsto ulteriori disposizioni in materia di rivalutazione dei beni d’impresa riferite a specifici settori.

Art. 6-bis del decreto legge n. 23 del 2020Rivalutazione specifica dei beni d’impresa per i settori alberghiero e termale. La rivalutazione, sul modello della rivalutazione disciplinata dall’art. 1, commi da 696 a 704, della legge n. 160 del 2019, riguardava i beni risultanti dal bilancio dell’esercizio in corso al 31/12/19 e doveva essere eseguita in uno o entrambi i bilanci o rendiconti relativi ai 2 esercizi successivi a quello in corso al 31/12/19 (2020 e 2021). Sui maggiori valori dei beni e delle partecipazioni iscritti in bilancio non era dovuta alcuna imposta sostitutiva o altra imposta;
Art. 136-bis del D.L. n. 34 del 2020La disposizione ha consentito alle cooperative agricole e loro consorzi di cui all’art. 1, comma 2, del D.lgs. n. 228/2001, in possesso delle clausole mutualistiche di cui all’art. 2514 c.c., di rivalutare i beni mobili e immobili, presenti nel bilancio del periodo d’imposta in corso al 31/12/18, nel bilancio del periodo d’imposta successivo (2019). La rivalutazione è eseguita alle condizioni dell’art. 1 della legge n. 160/2019; tuttavia, fino alla concorrenza del 70% delle perdite pregresse, non sono assolte le imposte sostitutive per l’affrancamento della riserva da rivalutazione (10%) e per il riconoscimento fiscale del maggior valore dei beni (12% e 10%).

LA RISERVA DA RIVALUTAZIONE

Come si è anticipato, le differenze tra le diverse versioni delle leggi di rivalutazione a cui si è accennato non incidono sull’argomento trattato in questo approfondimento, ossia la sorte della riserva di rivalutazione nel caso di operazioni straordinarie.
Vediamo dunque come nasce la riserva di rivalutazione.
Come già detto, ai sensi dell’articolo 13, comma 1, della legge 342/2000, disposizione “quadro” a cui sempre rinviano le diverse leggi di rivalutazione, la differenza tra i nuovi valori attribuiti ai beni con la rivalutazione e il precedente valore contabile, deve, alternativamente, essere:

  • accantonato in una speciale riserva con indicazione della provenienza;
  • ovvero imputato a capitale.

La riserva che nasce in contropartita del maggior valore dei cespiti in attivo di stato patrimoniale, è iscritta a patrimonio netto decurtata dell’imposta sostitutiva (del 3% nel caso della rivalutazione ex art. 110 del D.L. n. 104 del 2020) posto che il corrispondente debito verso l’Erario è iscritto tra le passività.

Nel caso in cui la riserva dovesse essere utilizzata a copertura perdite non si potrà procedere alla distribuzione di utili, fino a quando la riserva stessa non venga interamente reintegrata o laddove (in modo lungimirante) l’utilizzo a copertura perdite non avviene mediante deliberazione dell’assemblea straordinaria (cfr. circolare n. 207/E del 16 novembre 2000). 

Nell’ultima circolare sull’argomento (n. 6/2022) l’Agenzia delle entrate, a seguito delle plurime prese di posizione della Cassazione, ha ammesso che nel caso in cui il saldo attivo di rivalutazione sia attribuito ai soci mediante riduzione della riserva, le somme attribuite ai soci concorrono a formare il reddito imponibile della società (se la riserva non è stata affrancata) e il reddito imponibile dei soci, senza tuttavia (come precedentemente preteso) la maggiorazione dell’imposta sostitutiva (3%) versata per ottenere il riconoscimento fiscale della rivalutazione.

Il periodo di sorveglianza – la vendita anzitempo

Posto che, come già detto, il realizzo del bene rivalutato (tramite cessione a titolo oneroso, assegnazione ai soci, destinazione a finalità estranee all’esercizio dell’impresa ovvero al consumo personale o familiare dell’imprenditore), nel corso del periodo di sorveglianza (4 anni), comporta il venir meno degli effetti fiscali della rivalutazione, la riserva si considera libera dal vincolo di sospensione d’imposta (per la parte proporzionalmente corrispondente ai maggior valori a seguito di rivalutazione attribuiti ai beni “realizzati”); corrispondentemente plusvalenze e minusvalenze dei beni devono essere determinate senza tener conto del maggior valore iscritto in sede di rivalutazione (Cfr. Agenzia delle entrate, circolare n. 11/E del 19 marzo 2009).
È evidente che in questo caso l’impresa diviene creditrice verso l’Erario della corrispondente parte di imposta sostitutiva concernente la rivalutazione che non ha avuto effetto fiscale.
Invece, una volta decorso il periodo di sorveglianza, il maggior valore attribuito ai beni è “consolidato” e il loro realizzo non determina il venir meno degli effetti fiscali della rivalutazione. In tal caso, il costo fiscalmente riconosciuto dei beni rivalutati, su cui si calcola l’eventuale plusvalenza o minusvalenza da realizzo, è determinato tenendo conto del maggior valore attribuito in sede di rivalutazione (al netto degli ammortamenti nel frattempo calcolati e dedotti); la riserva di rivalutazione, non affrancata, in questo caso, resta assoggettata al regime di sospensione d’imposta e il suo destino fiscale dipenderà unicamente dagli eventi ad essa strettamente correlati (esempio, la distribuzione ai soci o l’utilizzo per copertura perdite).
La riserva da rivalutazione può, in ogni caso, essere affrancata con il pagamento di una imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e Irap (pari al 10% nella rivalutazione ex art. 110 D.L. n. 104 del 2020). L’affrancamento del saldo attivo derivante dalla rivalutazione dei beni d’impresa – iscritto nel passivo di bilancio mediante imputazione a capitale ovvero accantonato in apposita riserva in sospensione di imposta – deve essere effettuato al netto dell’imposta sostitutiva (Cassazione n. 19772 del 22.9.2020).

Conferimento d’azienda e riserva da rivalutazione

Premesso il breve inquadramento della disciplina della rivalutazione sopra illustrata, verifichiamo cosa accade nel caso in cui successivamente alla rivalutazione dei beni l’impresa la cui azienda è composta dai beni rivalutati è oggetto di conferimento.
La Circolare n. 13 del 4 giugno 2014 ha preliminarmente fatto presente che si ribadivano le precisazioni fornite nelle precedenti circolari n. 11/E del 2009 e n. 18/E del 2006, per poi ricordare che per quanto concerne l’ipotesi di conferimento effettuato in neutralità fiscale, ai sensi dell’articolo 176, comma 4, del TUIR “le aziende si considerano possedute dal soggetto conferitario anche per il periodo di possesso del soggetto conferente”. In applicazione di tale principio di continuità del possesso aziendale tra conferente e conferitario, deve ritenersi che il conferitario possa rivalutare i beni oggetto di conferimento anche se gli stessi figuravano iscritti nel bilancio del conferente relativo all’esercizio in corso precedente quello nel cui bilancio viene eseguita la rivalutazione.
Ciò detto, verifichiamo se gli effetti della rivalutazione eseguita permangono in seguito al conferimento dell’azienda ai sensi dell’articolo 176 del Tuir, effettuato entro il “periodo di sorveglianza”.

È bene precisare che il conferimento (per essere fiscalmente neutrale) deve riguardare l’azienda o un ramo d’azienda (di cui fanno parte i beni rivalutati) che, per essere tale, deve avere una propria autonomia funzionale (Cfr. Cassazione del 24 gennaio 2018, n. 1769),  ovvero una capacità, già al momento dello scorporo dal complesso conferito, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali e organizzativi e quindi di svolgere, senza integrazioni di rilievo da parte del conferitario, il servizio o la funzione finalizzati nell’ambito dell’impresa cedente.

Ebbene, per quanto riguarda gli effetti della rivalutazione dopo il conferimento, con la recente risposta n. 46 del 21 gennaio 2022 l’Agenzia delle entrate, richiamando quanto già affermato in precedenti documenti di prassi, ha ricordato che gli effetti della rivalutazione non vengono meno nell’ipotesi di conferimento d’azienda che contiene beni rivalutati, effettuata in neutralità ai sensi dell’articolo 176 del Tuir, anche se l’operazione è effettuata nel periodo di sorveglianza degli effetti fiscali della rivalutazione. In particolare, è stato chiarito che:

  • il disallineamento temporaneo sul valore dei beni dell’azienda conferita si trasferisce in capo al conferitario;
  • la riserva in sospensione d’imposta stanziata per effetto della rivalutazione rimane in capo al conferente. 

La conclusione cui è pervenuta l’Agenzia è senz’altro coerente con l’impianto generale del conferimento d’azienda, posto che questa operazione è solo fiscalmente neutrale, ma non comporta una successione universale delle posizioni della conferente nella conferitaria a differenza della fusione e della scissione. La conferitaria acquisisce meramente e semplicemente gli elementi dell’attivo e del passivo dell’azienda conferita aumentando il proprio patrimonio netto, in parte allocandolo a capitale sociale al servizio della conferente e, se occorre, in parte a riserva da sovrapprezzo azioni o quote che si configura quale riserva di capitale. In sostanza, unitamente agli elementi dell’attivo e del passivo, la conferente non apporta nulla del proprio patrimonio netto, ma solo una differenza contabile che la conferitaria provvede a allocare nel proprio patrimonio netto.

È stato, inoltre, ricordato, richiamando la circolare n. 13/E del 2014, che in caso di cessione del bene rivalutato da parte della conferitaria durante il periodo di sorveglianza degli effetti della rivalutazione:

  • la conferitaria calcolerà la plusvalenza senza tener conto del maggior valore iscritto dal conferente in sede di rivalutazione;
  • il conferente avrà riconosciuto un credito d’imposta pari all’ammontare dell’imposta sostitutiva riferibile ai beni conferiti e la riserva da rivalutazione sarà affrancata per un importo corrispondente al maggior valore iscritto sul bene ceduto.

È evidente che questa circostanza potrebbe modificare il valore del conferimento e dunque compromettere gli accordi tra conferente e conferitaria alla base dell’attribuzione del conferente dell’incremento del capitale sociale di sua pertinenza con modifica della percentuale di partecipazione. In sostanza, ne viene danneggiata la conferitaria la quale, tuttavia,  essendo il soggetto che ha violato il periodo di sorveglianza, nulla potrà eccepir al conferente che si vede arricchito della restituzione dell’imposta sostitutiva da parte dell’Erario.

Fusione e riserva da rivalutazione

Gli effetti fiscali della ricostituzione della riserva di rivalutazione in occasione di un’operazione straordinaria di fusione sono stati esaminati dall’Agenzia delle entrate nella recente circolare n. 6 del 1° marzo 2022. Nel caso esaminato, la società, che ha iscritto nel proprio bilancio un saldo attivo di rivalutazione è incorporata a seguito a una operazione di fusione che, in presenza di un disavanzo, pone un problema sulla ricostituzione della riserva di rivalutazione e sui conseguenti effetti fiscali.
Al riguardo, l’Agenzia ha premesso (correggendo se stessa) che la riserva di rivalutazione rientra tra le riserve tassabili solo in caso di distribuzione e che l’articolo 172, comma 5, del Tuir, prevede che le riserve tassabili solo in caso di distribuzione devono essere ricostituite nel patrimonio netto dell’avente causa dell’operazione straordinaria (fusione, ma anche scissione come si dirà in seguito), se e nel limite in cui vi sia avanzo di fusione (o aumento di capitale per un ammontare superiore al capitale complessivo delle società partecipanti alla fusione al netto delle quote del capitale di ciascuna di esse già possedute dalla stessa o da altre).
Di conseguenza, qualora dall’operazione di fusione non emerga, in capo alla società avente causa, un avanzo, la società avente causa non deve ricostituire la riserva di rivalutazione ad essa attribuita.

Articolo 172, comma 5, TUIR
5. Le riserve in sospensione di imposta, iscritte nell’ultimo bilancio delle società fuse o incorporate concorrono a formare il reddito della società risultante dalla fusione o incorporante se e nella misura in cui non siano state ricostituite nel suo bilancio prioritariamente utilizzando l’eventuale avanzo da fusione. Questa disposizione non si applica per le riserve tassabili solo in caso di distribuzione le quali, se e nel limite in cui vi sia avanzo di fusione o aumento di capitale per un ammontare superiore al capitale complessivo delle società partecipanti alla fusione al netto delle quote del capitale di ciascuna di esse già possedute dalla stessa o da altre, concorrono a formare il reddito della società risultante dalla fusione o incorporante in caso di distribuzione dell’avanzo o di distribuzione del capitale ai soci; quelle che anteriormente alla fusione sono state imputate al capitale delle società fuse o incorporate si intendono trasferite nel capitale della società risultante dalla fusione o incorporante e concorrono a formarne il reddito in caso di riduzione del capitale per esuberanza.

L’agenzia si è, tuttavia, lasciata la porta aperta chiarendo che, comunque, resta ferma la facoltà dell’Agenzia di contestare la natura abusiva, ai sensi dell’articolo 10-bis della legge 27 luglio 2000, n. 212, in caso di operazioni straordinarie che determinano il venir meno di riserve in sospensione d’imposta a fronte di sostanziali attribuzioni ai soci. A tal fine, potrà essere considerato un vantaggio fiscale indebito ogni forma di utilizzo delle riserve di rivalutazione che determini l’attribuzione ai soci dei maggiori valori per i quali le riserve sono state sottoposte al vincolo fiscale.
L’impressione è che di fronte alla fervente fantasia umana in grado di congegnare operazioni societarie complesse e composite, l’Agenzia si sia voluta cautelare, senza di per se individuare specificamente, neanche a titolo di esempio, una possibile ipotesi elusiva.

Scissione e riserva da rivalutazione

Fermo restando che quanto sopra detto circa la necessità di ricostituire nel patrimonio netto della beneficiaria la riserva di rivalutazione in caso di fusione si applica anche alle scissioni – in virtù del rinvio al comma 5 dell’articolo 172, contenuto nell’ultimo periodo dell’articolo 173, comma 9, del Tuir – vediamo quali sono le modalità di ricostituzione, nell’ambito della scissione, della riserva di rivalutazione.
L’articolo 173, comma 9, del Tuir, disciplina obblighi e modalità di ricostituzione delle riserve in sede di scissione. In particolare, la disposizione stabilisce, in linea generale, che le riserve in sospensione d’imposta iscritte nell’ultimo bilancio della società scissa debbono essere ricostituite dalle beneficiarie in proporzione delle rispettive quote del patrimonio netto contabile trasferite o rimaste; le riserve della società scissa si riducono corrispondentemente.

Articolo 173, comma 9, TUIR
9. Le riserve in sospensione d’imposta iscritte nell’ultimo bilancio della società scissa debbono essere ricostituite dalle beneficiarie secondo le quote proporzionali indicate al comma 4.
In caso di scissione parziale, le riserve della società scissa si riducono in corrispondenza.
Se la sospensione d’imposta dipende da eventi che riguardano specifici elementi patrimoniali della società scissa, le riserve debbono essere ricostituite dalle beneficiarie che acquisiscono tali elementi.
Nei riguardi della beneficiaria ai fini della ricostituzione delle riserve in sospensione d’imposta e delle altre riserve si applicano, per le rispettive quote, le disposizioni dettate per le fusioni dai commi 5 e 6 dell’articolo 172 per la società incorporante o risultante dalla fusione.

La disposizione, tuttavia, al comma 3 stabilisce che se la sospensione d’imposta dipende da eventi che riguardano specifici elementi patrimoniali della società scissa, le riserve debbono essere ricostituite dalle beneficiarie che acquisiscono tali elementi.

Per stabilire a quale delle due disposizioni occorre far riferimento nel caso della riserva di rivalutazione è necessario preliminarmente ricordare che, come è stato già detto, tutte le leggi di rivalutazione prevedono un “periodo di sorveglianza”. Il realizzo dei beni rivalutati (la cessione a titolo oneroso, l’assegnazione ai soci, la destinazione a finalità estranee all’esercizio dell’impresa ovvero il consumo personale o familiare dell’imprenditore):

  • nel periodo di sorveglianza, comporta il venir meno degli effetti fiscali della rivalutazione con la conseguenza che:
    • plusvalenze e minusvalenze dei beni sono determinate senza tener conto del maggior valore iscritto in sede di rivalutazione;
    • la parte della riserva di rivalutazione riferibile ai beni rivalutati si considera “libera”;
  • dopo il periodo di sorveglianza, non comporta il venir meno degli effetti fiscali della rivalutazione. In tal caso:
    • plusvalenze o minusvalenze sono determinate tenendo conto del maggior valore attribuito in sede di rivalutazione;
    • la riserva che accoglie il saldo attivo della rivalutazione continuerà ad essere assoggettata al regime di sospensione d’imposta e la sua sorte fiscale dipenderà unicamente dagli eventi ad essa strettamente correlati (ad esempio, la distribuzione o l’utilizzo per copertura perdite).

Le due situazioni conferiscono un diverso status alla riserva di rivalutazione ai fini dell’applicabilità delle disposizioni del comma 9 dell’articolo 173 del Tuir, posto che:

  • nel periodo di sorveglianza esiste una stretta connessione tra le vicende giuridiche ed economiche dei beni rivalutati ed il trattamento fiscale della riserva in sospensione,
  • dopo il decorso del periodo di sorveglianza non sussiste più alcuna connessione tra le vicende giuridiche ed economiche del bene oggetto di rivalutazione ed il trattamento fiscale della riserva in sospensione d’imposta.

Tale diverso status rileva ai fini in esame; con la circolare ministeriale del 17 maggio 2000, n. 98 (paragrafo 1.5.9) era stato, infatti, chiarito che:

  • l’attribuzione alle società beneficiarie dei fondi di rivalutazione monetaria deve avvenire, secondo la regola generale, in proporzione alle quote di patrimonio netto contabile;
  • si rende, viceversa, applicabile il diverso regime di cui al secondo (terzo, n.d.a) periodo del comma 9 solo quando la sospensione d’imposta sui fondi sia legata, oltre che alle vicende ad essi proprie, anche a quelle degli elementi a fronte dei quali si erano in origine costituiti;

Si può, pertanto, concludere affermando che:

  • per le scissioni avvenute nel periodo di sorveglianza, l’attribuzione delle riserve sarà effettuata per intero alle beneficiarie che acquisiscono gli elementi rivalutati;
  • per le scissioni avvenute successivamente al periodo di sorveglianza, la ripartizione delle riserve si avrà in base al criterio generale previsto dal primo periodo del comma 9 dell’articolo 173 del Tuir (cfr. risoluzione n. 98/E del 26 luglio 2017 e risposta n. 97 del 27 marzo 2020) e, dunque, la riserva andrà ricostituita in proporzione alla quota di patrimonio netto contabile, rispettivamente, attribuita alla società beneficiaria e rimasta alla società scissa).

Affitto d’azienda

Come noto, nel caso di affitto d’azienda, nell’ipotesi in cui non sia stata contrattualmente prevista la deroga alle disposizioni di cui all’articolo 2561 del codice civile, concernenti l’obbligo di conservazione dell’efficienza dei beni ammortizzabili, gli ammortamenti sono calcolati e dedotti dall’affittuario e, pertanto, la facoltà di rivalutare compete a quest’ultimo.
In tal caso, al termine del contratto di affitto, l’azienda sarà (ri)trasferita al concedente, comprensiva dei beni rivalutati; il nuovo valore dei beni sarà riconosciuto fiscalmente anche in capo all’affittante.
È trasferita al concedente anche la riserva di rivalutazione, per la parte di essa che non sia stata utilizzata durante l’affitto d’azienda dal gestore per la copertura di perdite o distribuita ai propri soci.

Questa impostazione è stata più volte affermata dall’agenzia delle entrate, tuttavia questa non ha chiarito come debba essere gestita dal concedente la differenza tra l’incremento del valore dei beni rivalutati che tornano giuridicamente nel proprio patrimonio riprendendo il processo di ammortamento e la riserva da rivalutazione che in parte è stata utilizzata dall’affittuario per coprire le proprie perdite.

 Nell’ipotesi in cui, invece, le parti, in deroga all’articolo 2561 del c.c., abbiano previsto che il concedente continui a calcolare gli ammortamenti, la rivalutazione potrà essere effettuata solo da quest’ultimo (Agenzia delle entrate, circolare n. 11.2009). In questo caso l’impostazione è certamente più lineare e meno problematica.

Fonte Seac spa